Voci della resistenza Qom, Argentina. I

di Milena Annecchiarico

I. Unità di lotte, diversità di esperienze.

Domenica 24 marzo si è svolta a Buenos Aires la commemorazione del 37º anniversario del Golpe di Stato militare in Argentina che portò alla dittatura più feroce della storia contemporanea del paese (1976-1983). In questa data, ogni anno migliaia di persone marciano in un lungo corteo per le vie del centro fino a Plaza de Mayo, portando le fotografie dei cari scomparsi, bandiere, striscioni e fazzoletti bianchi delle associazioni di diritti umani come Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, assieme a partiti politici, movimenti sociali e organizzazioni di base, ognuno con bombos, megafoni e parlanti. La consegna è una: Memoria, Verità e Giustizia, per non dimenticare e perché non si ripeta mai più, Nunca Más.

Per la prima volta in questa occasione, partecipa al corteo il qarashe Félix Diaz, lider della comunità indigena Qom Potae Napocna Navogoh (La Primavera), della provincia di Formosa, nel nord est argentino. Giunto fino alla capitale per unirsi alla commemorazione, Félix marcia indossando alcuni segni distintivi del suo popolo e la bandiera simbolo delle popolazioni indigene sudamericane, la Whipala. Al corteo,  si uniscono anche altri rappresentanti di comunità indigene, tra cui i Mapuches, con cui Félix scambia abbracci, parole e fotografie, in uno storico incontro alla fine del corteo, in Plaza de Mayo.

Félix Diaz, 24 marzo, Buenos Aires.Félix Diaz, 24 marzo, Buenos Aires.Félix Diaz, 24 marzo, Buenos Aires.

Félix Diaz, 24 marzo, Buenos Aires.[singlepic id=2 w=320 h=240 float=center]

“Cosa significa per te essere venuto alla commemorazione del 24 marzo, Félix?”

“Sono venuto in rappresentanza della mia comunità qom perchè consideriamo che sia importante manifestare assieme a tante organizzazioni e gente comune in ripudio alla dittatura che ha sofferto il nostro paese” e, aggiunge, “perchè la rivendicazione di memoria, verità e giustizia appartiene a tutti, anche a noi popoli indigeni”.

In una distesa e piacevole chiaccherata di qualche giorno dopo, Félix mi parla della sua esperienza come lider indigeno e sottolinea che la sua presenza alla marcia del 24 marzo vuole essere un segnale di unità con i movimenti sociali e le lotte che accomunano diverse realtà sociali del paese, del passato e del presente. “Dobbiamo cercare alleanze per lottare contro tutti i crimini di ieri e di oggi, dobbiamo unirci per reclamare giustizia, non importa se le cause e le storie sono diverse, ciò che ci accomuna è più forte di tutte le divisioni”.

Félix è da poco stato in visita in Chiapas, in Messico, dove ha incontrato i zapatisti che resistono nei caracoles e nelle carceri. Mi racconta dell’esperienza e degli insegnamenti condivisi, felice di essere stato protagonista di questo incontro, il primo, tra un lider qom e il movimento zapatista in terra messicana. L’unità che rivendica travalica quindi i confini e le diversità culturali, le esperienze di resistenza, le strategie di lotta e le condizioni politiche in cui si svolgono. “Non importa se siamo diversi – dice –  io sono consapevole che noi non siamo nella loro stessa situazione e che non possiamo copiarli. Noi dobbiamo guardare a noi stessi, capire chi siamo e cosa è bene per noi, questo è il più grande insegnamento che ho ricevuto parlando con i zapatisti”.

La comunità di Formosa Potae Napocna Navogoh o La Primavera, da diverso tempo vive in una situazione di miseria, precarietà e abbandono sociale, in assenza degli organismi statali e non, che dovrebbero garantire il rispetto dei diritti fondamentali in quanto esseri umani, cittadini argentini e popolazione indigena, per cui inoltre esiste una legislazione nazionale specifica, vergognosamente inapplicata. Félix mi parla del diritto a vivere nelle terre dove abitano tradizionalmente da diverse generazioni, ben prima che si formasse lo stato argentino. Il diritto a non morire di fame, di sete e di malattie curabili, oppure assassinati impunemente da squadroni al soldo di latifondisti e imprese private, “incidenti” senza ripercussioni né condanne. Il diritto ad educare alla propria lingua e alla propria cultura, senza che la chiesa evangelica demonizzi le loro pratiche ancestrali o che le scuole bilingui rimangano una pura formalità. Infine, il diritto a rivendicarsi come vittime di un sistema prodotto da secoli di usurpazioni, impoverimenti e discriminazione e a rivendicare l’autodeterminazione come la migliore soluzione percorribile e desiderata.

“Abbiamo molti problemi con il governo della provincia di Formosa e con il parco nazionale che ci caccia come animali, ma anche con politici di diversi partiti, con proprietari terrieri e con la chiesa evangelica che qui predomina. Ci stanno uccidendo, fisicamente e culturalmente”.

“Quando ci riuniamo in assemblee e in ogni occasione di discussione comunitaria, io chiedo ai miei fratelli, che benefici abbiamo ottenuto seguendo l’uno o l’altro partito politico, o assumendo come nostri gli insegnamenti evangelici? Di quale benefici godiamo oggi che abbiamo abbandonato le nostre pratiche medicinali e la nostra conoscenza profonda della selva, oggi che ci vergogniamo della nostra saggezza e della nostra identità, che progresso abbiamo avuto? In che situazione siamo grazie alla promessa di modernità, se moriamo di fame, di malattie e se ci cacciano come animali?”

Mi racconta di un caso di conflitto con lo Stato che lo preoccupa particolarmente: il non riconoscimento di cittadinanza a persone qom che abitano vicino alla frontiera con il Paraguay.

“Il fatto è che dicono che non sono argentini perché vengono dal Paraguay e in più senza nessun documento; in Paraguay dicono che non sono cittadini paraguaiani perché non c’è nessun registro di nascita, da nessuna parte”.

Un problema di negazione del diritto di cittadinanza che scavalca i confini territoriali, un’identità che non conosce frontiere: il popolo qom appartiene ad una regione geografica che è divisa amministrativamente in due stati, Argentina e Paraguay.

“Il problema è che molti qom non riconoscono lo Stato e allo stesso tempo non conoscono le pratiche anagrafiche come la registrazione delle nascite. Molti qom di 50 anni fa o più che nascevano in territorio paraguaiano non iscrivevano le nascite dei figli né presso i municipi, spesso totalmente assenti e lontani, né nei registri delle parrocchie, perché forte era ancora il ricordo delle missioni gesuitiche”.

Giunti in Argentina, ovvero spostatisi nel proprio territorio in quanto popolo seminomade, il governo argentino rifiuta ancora oggi di concedere loro il documento di identità, per cui non hanno la possibilità di accedere a nessun diritto come cittadini, né sul piano sociale, né lavorativo o educativo. Una doppia negazione di identità,  sia quella nazionale di cittadinanza, paraguaiana o argentina, sia l’identità come popolo qom, condannato all’oblio e alla “modernizzazione”, ovvero, a non esistere.

“É incredibile, si rifiutano di dare il documento a degli esseri umani, quando in questo paese persino le mucche e i cani hanno i documenti”. Certo, aggiungo io, mucche e cani hanno un valore economico, per questo possiedono documenti. I popoli indigeni in America da sempre rappresentano un ostacolo alla libera proliferazione degli affari nazionali e privati, un ostacolo da eliminare e al massimo da collocare nel passato glorioso precolombiano, come accade in Argentina, attraverso un discorso ideologico ancora attualissimo. In definitiva, i Qom sono condannati a non esistere come esseri umani. Non ci sono, non esistono: un’ associazione di parole e una raccapricciante messa in pratica che riporta di colpo ai desaparecidos dell’ultima dittatura militare argentina e paraguaiana (1954-1989).

Leggi anche Voci della resistenza Qom, Argentina. II

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